Le origini
Sinonimo di seduzione, la danzatrice del ventre è oggi un simbolo di grazia femminile che incanta anche le donne, e suscita ammirazione e desiderio d’imitazione in ogni parte del mondo.
La stessa denominazione inglese Bellydance, danza del ventre appunto, è un invenzione dei viaggiatori europei di fine ottocento, poiché la trduzione del termine arabo che la designa, raqs sharqi, sarebbe “danza orientale”. Intorno all’origine di tale danza c’è disaccordo. Si ipotizza una sua radice nell’antica civiltà faraonica, oppure in quella sumerica, ma in entrambi i casi la relazione è con la figura della dea della fertilità e dell’amore (l’egiziana Iside, o la sumerica Ishtar) e con i riti a lei dedicati, fatti di preghiere, funzioni liturgiche, inni, canti e danze accompagnati da musica strumentale, come rivelano i referti iconografici di entrambe le civiltà. Con l’espansione dell’Islam (VIII sec.) che vietò i culti pagani, le tradizioni e i riti della gente non musulmana sopravvissero ai margini della cultura dominante.
Ma le attività culturali e le piccole comunità locali sebbene praticate in clandestinità, erano note ai filosofi e ai pensatori musulmani che frequentavano i palazzi opulenti delle grandi città arabe (Bagdad, Damasco, il Cairo) insieme a poeti, letterati, musicisti, cantanti e danzatrici di origine anche non araba. Ed è proprio in questo ambiente aristocratico arabo – islamico, sotto il califfato degli Abbàsidi (sec. VIII – XIII) che si puà rintracciare la probabile origine dell’attuale danza del ventre: gli elementi formalizzati dell’antica figura femminile, dea dell’amore e della fertilità, si fusero con l’arte maggiore della musica, della quale le donne erudite erano esperte conoscitrici. La musica ha sottolineato le caratteristiche peculiari dei movimenti corporali dell’antica figura sacra e influenzato la stessa danza, generando la tipologia di movimenti melodici e ritmici che si ritrovano ancora oggi. Quando il potere degli Abbàsidi cominciò a sgretolarsi, la danza uscì dalla corte e prolifera nei luoghi di divertimento dei ceti medi della borghesia, le taverne, le osterie e il bagno turco (hamman), finchè la conquista ottomana (XV sec.) non eclissò la cultura arabo – islamica, segnando l’apogeo di Costantinopoli (Istambul) fino al XIX sec.
I sultani vivevano nel lusso e nella ricchezza attirando artisti e intellettuali da tutto l’impero, ma fu nei luoghi di divertimento che la danza assunse i caratteri lascivi ed erotici che le attribuirono i viaggiatori europei. Il fatto è che per secoli la danza del ventre è stata praticata nelle società arabo – islamiche, sopravvivendo ai margini come una sottocultura che non ha avuto la capacità di inserirsi pienamente nell’ambiente della cosiddetta cultura alta né ha potuto dialogare con essa. Invece a partire dagli anni venti del secolo scorso le danzatrici egiziane hanno cominciato ad esibirsi in luoghi simili a cabaret (chiamati malha) per far conoscere la loro arte a un più vasto pubblico pagante. La prima malha è stata aperta dalla danzatrice, nonché maestra di danza, Badi a Masabni nel 1924 al Cairo. Da allora molte danzatrici hanno cercato di cambiare e migliorare l’immagine di questa danza organizzando spettacoli fastosi, con scenografie grandiose e costumi elaborati, e anche recitando nei film egiziani degli anni Quaranta e Cinquanta.
Negli anni Settanta la danza del ventre ha avuto un boom eccezionale, specialmente fuori dai Paesi Arabi, in modo particolare in America, nell’Europa Occidentale e nei Paesi ex-socialisti dopo la caduta del muro. Nella società araba (e non solo), stigmatizzata come forma di intrattenimento da luogo di svago, ancora oggi è una danza non del tutto accettata, anche se in Egitto e in Libano proliferano i corsi tenuti da danzatrici famose che trasmettono la propria tecnica personale, integrandola con elementi della danza moderna. Contaminazione, tradizione e creatività accomunano le tendenze attuali più innovative.
